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SIPARIO!


 

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“Sipario! Aprite il sipario! È giunto il momento tanto atteso! Niente, non mi ascoltano; oppure stavolta non vogliono sentire. Bè, allora che il sipario resti chiuso. Lo riaprirò (o si riaprirà) altrove. Tanto ci sarà sempre vita, anche laddove non si è mai creduto potesse esistere.”

 

 

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Attenzione, prego:

 

“Quando il sipario calerà
Io me ne andrò
Ed ogni luce svanirà
Io me ne andrò
Tu piangerai
Lei riderà
Certo qualcuno mi odierà
Ma lo spettacolo è finito
E me ne andrò
E me ne andrò

Quando il sipario calerà
Io me ne andrò
Ed ogni luce svanirà
Io me ne andrò
Qualcuno il piano chiuderà
L'elettricista chiederà
"ma ... vale tanto una canzone?"
Ma chi lo sa
Ma chi lo sa

Ma domani
E domani
Tanta gente come voi
Forse verrà
E di domani
In domani
Lo spettacolo
Si rinnoverà”

 

(“Quando il sipario calerà” – Enzo Jannacci)

 

 

Occhi chiusi, orecchie aperte:

 

“C'è un palcoscenico per noi
Che siamo pubblico ed attori
E tra i colori della vita
Abbiamo aperto le finestre al tempo
E quanta voglia di provare
A sollevarci
E rovistarci dentro al cuore

C'è un palcoscenico per noi;
Si è spalancato fino al cielo
Tra qualche velo di penombra
Ed accecanti luci in faccia
Ci nascondiamo dietro ad un sipario
E non sappiamo cosa siamo
Adesso noi”

 

(“Sipario” – Enrico Ruggeri)

 

 

L’importanza di ridarsi speranza:

 

“Chiuso il sipario rimane silenzio e coriandoli
Sul palcoscenico orfano dei suoi spettacoli
Giusto il tempo per l’ultimo inchino, poi si chiude per sempre un teatro
Con le mani ormai mute di un pubblico che non applaudirà più
Sul cartellone mai più la magia delle favole
Solo polvere agli angoli e lo scricchiolìo delle tavole
Cento e più locandine ingiallite, la platea di poltrone scucite
Tutto pronto per il gran finale, ma non si concederà il bis

Si alzino i signori spettatori in piedi, che adesso si va
Dove non si mangia con la poesia, ci si abbuffa di realtà!
Mai più commedie, risate, né compagnie sgangherate
Mai più meraviglia negli occhi sarà...

Muore un teatro nell’indifferenza dei numeri
Nell’ottusità di questi tempi velocemente immobili
In un mondo ormai in sedici noni, e famiglie abbonate a divani
Con le mani ormai piene di telecomandi e visioni in 3D

Si alzino i signori telespettatori che adesso si va!
Spalancate quei portoni di legno su un’altra felicità!
Si aprirà ancora il sipario, ci sarà il tutto esaurito
E la meraviglia negli occhi ritornerà...

Signore e Signori, questa sera sul palcoscenico solo per voi
La straordinaria parata della grande macchina del teatro:
Truccatrici, macchinisti, direttori artistici, pagliacci, autori
Capocomici, costumisti, attori, musicisti, ballerine
Fonici, scenografi, datori luci, registi, bigliettai...”

 

(“Il sipario” – Simone Cristicchi)

 

C’è un sipario che non appartiene soltanto al teatro ed è quello dell’alba che si apre lentamente sugli occhi ancora stanchi, quando la vita ricomincia a recitare la sua parte senza prove e senza copione. È il sipario della nascita, il primo velo che si scosta tra il buio e la luce. Ogni giorno attraversiamo sipari invisibili: quello di una porta chiusa che decidiamo finalmente di aprire, quello di una paura che smette di governarci, quello di un amore che entra in scena quando credevamo che il palcoscenico fosse ormai vuoto. Poi ci sono sipari pesanti come il velluto del dolore: scendono all’improvviso sulle stagioni che avremmo voluto trattenere, sugli abbracci interrotti, sulle parole rimaste sospese a mezz’aria. Eppure, anche quando il sipario cala, non sempre significa la fine. A volte è soltanto il tempo necessario perché il cuore cambi scenografia, in un continuo movimento di sipari: alcuni si aprono con il fragore delle grandi svolte, altri si schiudono in silenzio, come petali nella notte. Dietro ognuno di essi si nasconde una possibilità, una verità, una versione di noi che ancora non conosciamo. Ci affanniamo spesso a guardare il palco, dimenticando che il vero miracolo accade proprio sul confine del sipario: in quell’istante sospeso tra ciò che è stato e ciò che sarà. È lì che abitano il coraggio, l’attesa, la trasformazione. E poi arriva l’ultimo sipario, quello che tutti temono e che nessuno può evitare. Ma forse non è una chiusura, ma soltanto un tessuto che si raccoglie lentamente, lasciando intravedere un orizzonte che da questa platea non siamo ancora in grado di scorgere. Così viviamo: attori e spettatori della stessa storia, mentre i sipari si aprono e si chiudono dentro di noi. E la vera arte non consiste nel trattenerli, ma nell’avere il coraggio di attraversarli, ogni volta, come se dietro quel lembo di stoffa ci aspettasse ancora la meraviglia. Per qualche tempo il sipario può rimanere chiuso: pesante, immobile, come certe giornate in cui il respiro sembra troppo corto per contenere tutti i pensieri e il cielo troppo lontano per lasciar passare la luce. Ci sono stagioni della vita in cui l’ansia sussurra paure senza volto e la tristezza abbassa lentamente il sipario su ciò che si ama, fino a farci credere che lo spettacolo sia finito davvero. Ma il sipario non è soltanto ciò che si chiude: è anche ciò che custodisce, in cui gli scenari vengono cambiati, le ferite ricucite con pazienza, anche quando tutto sembra fermo, qualcosa continua a muoversi in silenzio. Così accade nell’anima. Ci sono giorni in cui il sipario diventa una protezione, un velo necessario tra noi e il mondo, perché perfino la speranza ha bisogno di tempo per guarire e ritrovare la propria voce. E mentre si pensa di essere fermi, la vita prepara nuovi paesaggi interiori che nemmeno si possono immaginare; poi, quasi senza accorgersene, il sipario ricomincia a sollevarsi, non con il fragore delle grandi vittorie, ma con la delicatezza delle piccole conquiste: un mattino in cui il peso sul petto è più leggero, una risata che ritorna senza essere cercata, il desiderio di fare un passo avanti invece di nascondersi. Sono aperture minuscole, ma sufficienti perché la luce trovi una strada che possa rivelare qualcosa di nuovo: certamente non la persona che si era prima del dolore, ma qualcosa di più profondo che conosce la fragilità e proprio per questo sa riconoscere il valore di ogni raggio di sole. È proprio in quel momento che si comprendere che il sipario non divide soltanto il prima dal dopo, ma la paura dal coraggio, la sopravvivenza dalla rinascita, la notte dall’alba. Perché anche quando la parte oscura ci costringe a restare seduti nel buio della platea, si ha la sensazione (seppur lontana) che il sipario non può e non deve restare chiuso per sempre: arriva sempre quell’attimo, quell’opportunità in cui le luci si riaccendono. E quando accade, si scopre che non si era alla fine della storia, ma semplicemente nel suo intervallo, senza la promessa di una vita perfetta, ma con qualcosa di molto più vero: la possibilità di tornare a sentire, a sognare, ad amare. In sintesi la possibilità di ricominciare. Perché anche la fiducia può sembrare scomparsa per un tempo infinito, ma basta un piccolo movimento, un soffio di desiderio, e torna a schiudersi, rivelando che la scena più bella non era quella perduta: ma quella che stava aspettando il nostro ritorno. Per questo torneremo ancora. E ancora. E ancora.

Abbracci diffusi.

 


Autore : Andrea Pintelli, Luglio 2026