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“If I leave here tomorrow, would you still remember me?”, recita l’inizio di Free Bird, senz’altro la più bella canzone dei leggendari Lynyrd Skynyrd, sicuramente una delle più vere ed eterne della storia del rock. Un bel dilemma, insomma. Il testo è nato da una domanda che la fidanzata (e futura moglie) del chitarrista Allen Collins, Kathy Johns, gli pose; successivamente Ronnie Van Zant utilizzò questa frase come incipit del brano, di fatto estendendolo come motivazione a coloro che stanno lasciando questa vita. Sebbene scritta prima della sua morte, la band iniziò a dedicare la canzone durante i concerti dal vivo a Duane Allman (chitarrista della Allman Brothers Band), scomparso in un incidente in moto nel 1971. Ronnie, spesso, introduceva il brano dicendo: "They're both free birds", riferendosi anche al bassista Berry Oakley, morto l’anno successivo in circostanze pressoché identiche (incidente in moto, a due isolati dal luogo in cui perì Duane). Dopo il tragico incidente aereo del 1977 in cui morirono diversi membri dei Lynyrd Skynyrd (il cantante e leader Ronnie Van Zant, il chitarrista Steve Gaines, la corista Cassie Gaines, il road manager Dean Kilpatrick), la canzone è diventata un tributo universale ai componenti scomparsi della band, che continua a calcare la scena musicale mondiale sebbene senza alcun componente originale. Certo, nella storia della musica sono stati scritti tantissime canzoni (opere vere e proprie) circa l’obbligatorietà (o il dovere) di andarsene dal pianeta Terra, verso lidi migliori o verso l’oblìo. Nessuno (nessuno!) lo sa. Certo, alcune di esse spiccano per impatto, fantasia, evocatività. Lazarus di David Bowie, You Want It Darker di Leonard Cohen, I Hate Myself and Want to Die dei Nirvana, Skeleton Tree dei Nick Cave & The Bad Seeds, Last Kiss dei Pearl Jam, Preghiera in Gennaio di Fabrizio De Andrè, Gli Angeli di Vasco Rossi, solo per citare alcune delle più clamorose. Ma quella che mi commuove maggiormente ad ogni ascolto è Torneremo Ancora di Franco Battiato:
“Un suono
discende da molto lontano
Finché non
saremo liberi
La perdita è una frattura silenziosa: non fa rumore quando accade, ma cambia per sempre l’architettura interiore di chi resta. La morte dei propri cari non è solo l’assenza di un corpo, è lo smarrimento di un futuro immaginato insieme, di parole non dette, di gesti che avevano senso solo perché condivisi. Chi soffre una perdita non piange soltanto ciò che è stato, ma anche ciò che non potrà più essere. Il dolore non segue una linea retta. Va e viene, si nasconde nei dettagli più banali: una sedia vuota, un numero che non si può più chiamare, un profumo che riporta indietro senza chiedere permesso. È un dolore che non chiede di essere risolto, ma riconosciuto. Perché amare qualcuno significa anche accettare che la sua assenza continuerà a far male, e che quel male è la prova di un legame autentico. C’è poi un’altra forma di sofferenza, più sottile e spesso taciuta: quella di chi non vuole andarsene. Di chi sente la vita scivolare via mentre il desiderio di restare è ancora feroce. In queste persone il dolore non è solo paura della fine, ma struggimento per ciò che si ama: le persone, le abitudini, la luce di un mattino qualunque. È la nostalgia del presente, vissuta in anticipo. Il senso della perdita, forse, sta proprio qui: nel ricordarci che la vita è fragile perché è preziosa, e che il dolore non è il contrario dell’amore, ma la sua conseguenza inevitabile. Non si supera davvero una perdita; si impara a portarla con sé, trasformandola in memoria, in cura, in un modo nuovo di restare umani. Everybody Want to See Heaven, “Nobody Wants to Die”, cantavano i Black Oak Arkansas…Abbracci diffusi.
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| Autore : Andrea Pintelli, Febbraio 2026 |