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Siamo nel 1970. Solo
un anno prima era uscito “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson,
disco che viene comunemente identificato come il manifesto del Progressive,
anche se i primi vagiti di questo mondo-genere musicale furono gettati già
qualche anno prima da formazioni quali, ad esempio, The Nice (in Inghilterra) e
Vanilla Fudge (negli U.S.A.). Venendo all’apertura del decennio dorato del Prog,
prendiamo in esame il primo lavoro dei Gentle Giant, formazione tra le più
importanti di sempre. Composti da musicisti polistrumentisti estremamente
preparati, fecero fin da subito impallidire gli addetti ai lavori proprio per la
loro tecnica avanzata, sebbene fossero dei novelli del panorama discografico.
Derek Shulman (lead vocals, basso), Ray Shulman (basso, violino, chitarra,
percussione, backing vocals), Phil Shulman (sax, tromba, flauto, backing
vocals), Kerry Minnear (tastiere, basso, violoncello, backing vocals,
percussioni), Gary Green (chitarra), Martin Smith (batteria, percussioni):
questi erano i sei del “Gigante Gentile”. Litigiosi fra di loro, in special modo
i tre fratelli Shulman, sul palco tralasciavano le loro discussioni,
trasformandosi in una macchina pressoché perfetta, in grado di macinare
chilometri fatti di suoni inusuali e soprattutto nuovi (l’epoca in cui stavano
vivendo e la libertà decisionale lasciata loro dai discografici certamente li
aiutarono nei loro excursus), impasti vocali prodigiosi, trovate artistiche
senza eguali. Incredibilmente rappresentati dall’iconica copertina del loro
primo omonimo disco, disegnata da George Underwood, rimarranno per tutta la loro
esistenza un gruppo di culto e di minore popolarità rispetto a colleghi più
blasonati quali Yes, Emerson Lake & Palmer, King Crimson (anche se noi italiani
ne capimmo le potenzialità ben prima dei loro compatrioti inglesi). Questo a
torto, perché la storia ci ha insegnato a capire quanto non fossero secondi a
nessuno, ma anzi capaci di raggiungere picchi creativi che trovano, anche
tuttora, ben pochi eguali. Il loro cammino, quindi, iniziò con le sette tracce
del loro esordio; composizioni meravigliosamente eseguite, magniloquenze d’altri
tempi (e controtempi, mi si permetta il gioco di parole) solo all’apparenza
complicate, e finalmente mai, e dico mai, banali. I loro suoni viaggiavano oltre
tutto ciò che fino a quel momento si era sentito, quindi fondendo Hard Rock e
Folk medievale, strutture care alla musica classica e anche inni nazionali
(basta ascoltare “The Queen”, posta in chiusura). L’uso delle voci, reso
innovativo in un batti e ribatti d’armonie che profumano di fantastico, è
portato al cielo, dove normalmente si fa fatica ad arrivare; i Gentle Giant,
invece, ci arrivavano con grazia e naturalezza. L’attacco è da manuale con “The
Giant”, che ha nel refrain uno degli spunti più conosciuti del Progressive;
l’impatto sonoro è pazzesco, con i nostri alle prese con ritmi dispari e pause
che ancora si insegnano ai neofiti. Si passa alla dolce “Funny Ways” che fa
capire come si può e si deve fare arte anche con una canzone (all’apparenza)
semplice. “Alucard” ci ripropone il gruppo in un percorso labirintico, che
mostra la loro bravura nel trovare soluzioni multi-dimensionali; durante i loro
concerti usavano scambiarsi i rispettivi strumenti principali e il risultato
rimaneva identico, giusto per far capire il livello. “Isn’t It Quiet and Cold” è
una divertente quasi filastrocca in musica, in cui trovano spazio gli strumenti
a corde cari alla Classica (violino e violoncello). Si passa poi a “Nothing At
All”, fantastico pezzo di pura sorpresa applicata alla Musica, qui davvero con
la “M” maiuscola; indefinibile a dir poco, va davvero vissuto in maniera
personale per decifrare il significato che le gli appartiene. Si rinnova ad ogni
ascolto, ed è forse qui la sua magia: ben oltre il termine “magnifico”. “Why
Not?” E’ il Progressive; così come lo si vuole rappresentare, così com’era ed è
ancora, nonostante gli anni e le evoluzioni; ha in sé tutti i crismi per capirne
perché è, per chi scrive, uno dei centri del suono. C’è tutto, fiati compresi
(!). Gentle Giant: uguali a nessun’altro. Abbracci diffusi. |