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CLAUDIO LOLLI

Dopo la rivolta


 

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Ci sono dischi che non ascolto spesso, ma che ogni volta mi emozionano come la prima volta. Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli (1950-2018) è uno di questi: non è un lavoro facile o rassicurante, ma è proprio in questa sua complessità che continua a rivelare la sua urgenza espressiva
 

Uscito nel 1977, testimonia un momento di frattura profonda, non solo nella storia di Lolli – questo è il suo ultimo disco che ottiene un considerevole successo – ma in quella di un’intera stagione culturale e politica. Concepito quasi in tempo reale rispetto agli eventi della rivolta bolognese dello stesso anno, racconta le sensazioni, le delusioni e le preoccupazioni dei protagonisti di quella complessa fase storica, che avrebbe lasciato un'impronta indelebile nella cultura e nella società italiana.

 

 

 

Le tragiche vicende ebbero inizio l'11 marzo 1977 quando, durante uno scontro tra studenti e forze dell'ordine, venne ucciso lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. Quell'evento trasformò Bologna in un campo di battaglia: la chiusura forzata di Radio Alice, accusata di aver coordinato, via etere, l'organizzazione della rivolta studentesca, l'arrivo dei mezzi cingolati inviati dal ministro Cossiga e gli scontri di piazza segnarono il punto di non ritorno.

 

 

In questo disco, Lolli si fa cronista di quel trauma con uno sguardo disincantato, facendo  una cosa che considero fondamentale: sceglie la via della sincerità. Per usare le sue stesse parole rilasciate in un’intervista di quegli anni:

«Le canzoni non servono a cambiare il mondo. Al massimo servono a non mentire.»

Ogni nota e ogni verso del disco sembrano confermare questa idea: la forza di quest'opera risiede nella sua onestà intellettuale, capace di raccontare il fallimento di una stagione senza cercare facili consolazioni.

Questo album rappresenta il culmine della stagione artistica di Claudio Lolli. Dopo i precedenti lavori, a partire da Aspettando Godot (1972), che lo videro emergere come cantore della malinconia e dell’inquietudine giovanile, e Ho visto anche degli zingari felici (1975), dove assumeva già toni più socialmente impegnati, con questo disco prende una netta posizione politica e trasforma il suo linguaggio in uno di chiara impronta militante.

Dal punto di vista musicale, l’album si discosta nettamente dallo stile cantautorale classico. Molti brani si avvicinano al prog, con quell’energia e quel senso di sperimentazione che animavano la scena di quegli anni. Queste caratteristiche emergono già nell’apertura, Alba meccanica, che inizia con un fulminante ostinato di pianoforte che sfiora l’atonalità. Su un tappeto sonoro che intreccia jazz-rock e suggestioni fusion, la voce di Lolli scandisce un concetto potente, mettendo in relazione la ripetitività di un evento naturale (l’alba) con gli ingranaggi sociali che stritolano le persone.

 

 

Anche l'immagine di copertina, curata da Cesare e Wanda Monti, contribuisce a trasmettere questo senso di rottura attraverso un'estetica minimale che richiama il clima teso di quegli anni. È la cornice perfetta per brani come Incubo numero zero che trascina l’ascoltatore in una trance allucinata, con un esplicito riferimento a Ulrike Meinhof, leader del gruppo terroristico tedesco Rote Armee Fraktion (RAF), conosciuto anche come banda Baader-Meinhof, morta in prigione nel 1976 in circostanze mai chiarite del tutto. La voce di Lolli evoca la tensione e la radicalità di un’epoca in cui ideali e violenza si intrecciavano. L’effetto è un incubo sonoro claustrofobico dove il titolo dell'album risuona come un refrain di un mondo privo di speranza.

Dopo Analfabetizzazione che è un laboratorio poetico dove Lolli tenta di "rifondare l'alfabeto della vita sulle pietre di miele della bellezza", segnaliamo anche la struggente ballata acustica Da zero e dintorni. Qui Lolli abbassa il volume dello scontro e sceglie la forma della confidenza. Il brano lascia intravedere una possibile scappatoia: un tentativo umano, fragile, di ricominciare partendo da zero.

Il disco si chiude con I giornali di marzo, in cui, come spiegano le note di copertina, “tutti i versi, tranne gli ultimi quattro, sono LETTERALMENTE ricavati dalle cronache dei fatti dell'11 e del 12 marzo, apparse su IL RESTO DEL CARLINO e su REPUBBLICA di quei giorni.”

 

 

Proprio in questo delicato equilibrio tra la durezza della cronaca e la necessità di ricostruire si svela il senso profondo dell'album. Riascoltandolo oggi, Disoccupate le strade dai sogni conserva intatta la sua carica dirompente. E' un disco che denuncia, emoziona e resta più vivo che mai.

 

Tracce

Testi e musiche di Claudio Lolli.

 

Lato A

1. Alba meccanica - 2:54

2. Incubo numero zero - 6:31

3. La socialdemocrazia - 3:28

4. Analfabetizzazione - 5:23

5. Attenzione - 4:15

6. Canzone dell'amore o della precarietà - 2:12

 

Lato B

1. Canzone scritta sul muro - 7:39

2. Autobiografia industriale - 7:10

3. Da zero e dintorni - 3:40

4. I giornali di marzo - 3:08

 

Formazione

Claudio Lolli: voce

Piergiorgio Bonafé: sassofono soprano, sassofono tenore, flauto

Marcello Castellana: tastiere

Roberto Costa: trombone, basso elettrico

Bruno Mariani: chitarra elettrica, chitarra a 12 corde, chitarra acustica

Adriano Pedini: batteria, percussioni

 

Proposte d'Ascolto (clic the pic)

 

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  Claudio Lolli - Disoccupate le strade dai sogni (1977) - Album Compelto

 

Autore : Stefano Sorrentino, Febbraio 2026