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NEIL YOUNG |
On The Beach
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Gli album storici di Neil Young – 3 'On the Beach', il lato oscuro
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Ci sono dischi che ti entrano dentro e ti segnano. Per me, On the Beach è proprio questo: un'impronta indelebile sui miei diciott'anni.
Quando uscì, nel luglio del 1974, noi appassionati del cantautore canadese
capimmo subito che eravamo di fronte a qualcosa di speciale, di diverso. È uno
degli album più enigmatici e meno concilianti di Neil Young. Arriva a due anni dal
successo planetario di Harvest — e dopo il grezzo e spiazzante capitolo live di
Time Fades Away —
ma invece di consolidare quella popolarità, Young sceglie
consapevolmente di allontanarsene. Il disco nasce in un momento di profonda
crisi personale e artistica, e questa instabilità si riflette in ogni solco,
rendendolo uno dei lavori più cupi e sinceri della sua carriera. Nei primi anni Settanta, Neil Young è un artista di enorme successo, ma
profondamente a disagio con il ruolo che quel successo gli ha imposto. Su di
lui si abbatte un carico di dolore devastante: la scia di lutti che ha colpito
la sua cerchia stretta, con le tragiche morti per overdose del chitarrista
Danny Whitten e del roadie Bruce Berry, la fine imminente del matrimonio con
Carrie Snodgress e lo shock di scoprire che il loro primogenito, Zeke, è affetto
da una paralisi cerebrale. Questa sofferenza intima, unita al distacco emotivo
dal pubblico di massa e alla generale sfiducia nei confronti dell’industria
musicale, lo sprofonda in un periodo di forte disorientamento. On the Beach nasce esattamente da questa
frattura: non è solo il ritratto di un’America stanca e disillusa, ma anche
quello di un artista che fatica a riconoscersi.
La title track, “On the Beach”, racchiude perfettamente l’atmosfera
dell’album: un andamento lento e ipnotico, una voce distante, quasi apatica.
Young canta come se fosse separato dal mondo che descrive, incapace — o non più
disposto — a parteciparvi davvero. È una sensazione di alienazione che
attraversa l’intero disco. In “Revolution Blues” l’oscurità diventa esplicita. Ispirata alla figura di
Charles Manson, la canzone è un ritratto disturbante della paranoia e della
violenza che covano sotto la superficie del sogno americano. Le chitarre sono
tese, l’atmosfera claustrofobica: non c’è spazio per l’ironia o la distanza
critica, solo un senso di minaccia costante. Altri brani, come “Vampire Blues”, utilizzano la metafora per colpire il
cuore del consumismo e dell’industria petrolifera, mentre “Motion Pictures (For
Carrie)” mostra il lato più fragile e spettrale di Young, sospeso tra intimità
familiare e disillusione. È una ballata acustica delicata e amara nello stesso
tempo, dove la chitarra slide di Rusty Kershaw sembra piangere in sottofondo,
regalandoci uno dei momenti più nudi e commoventi di tutto il disco. Il resto della scaletta non fa che arricchire questo mosaico di contrasti.
L'album si apre in realtà con l'apparente solarità di “Walk On”, un pezzo dal
ritmo sostenuto che suona come una sferzata di rivalsa verso chi lo voleva
intrappolato nel ruolo del cantautore depresso. Ma è un'illusione che dura
poco: la successiva “See the Sky About to Rain”, dominata da un piano elettrico
ipnotico, rigetta subito il lettore in un'atmosfera eterea e rassegnata, mentre
il folk rurale di “For the Turnstiles”, suonato solo con banjo e dobro, spoglia
la musica fino all'osso. Il culmine emotivo del disco è però affidato agli
oltre otto minuti della monumentale “Ambulance Blues” in chiusura: una ballata
mistica, nuda e struggente, dove il violino di Rusty Kershaw accompagna Young
in un ultimo, indimenticabile polverone di ricordi e disillusione. È proprio questa alternanza tra critica sociale e crisi personale a rendere
On the Beach un
disco così complesso e stratificato. Dal punto di vista sonoro, l’album rifiuta qualsiasi forma di lucidità
patinata. Le registrazioni sono volutamente sporche e spesso torbide.
L’obiettivo non è la perfezione tecnica, ma catturare uno stato emotivo. I
retroscena dell'epoca raccontano che, durante le sessioni in studio, Neil e la
band facessero un uso smodato di honey slides, una bizzarra e
potentissima miscela di marijuana e miele che finì per influenzare pesantemente
il sound rallentato e ipnotico del disco. Non sorprende quindi che, all’epoca, il disco venne accolto con freddezza
tanto dal pubblico quanto dalla critica. Questo rapporto problematico con On
the Beach continuò anche negli anni successivi. Per lungo tempo,
Neil Young proibì la ristampa dell’album su CD, rendendolo di fatto
irreperibile in formato digitale fino ai primi anni Duemila. Ma noi “fortunati”
avevamo la copia originale su vinile, che diventò ancora più preziosa. Questa
scelta editoriale contribuì a rafforzarne l’aura di oggetto “maledetto”,
riflettendo il rapporto ambivalente dell’artista con quel periodo della sua
vita: troppo doloroso, forse, per essere facilmente riproposto. C Un accenno lo merita anche l'iconica
veste grafica, curata da Gary Burden con le fotografie di Bob Seidemann. La
copertina, scattata sulla spiaggia di Santa Monica, descrive perfettamente il
mood del disco: Neil Young è di spalle, lo sguardo perso verso l'oceano,
circondato da simboli di un'America in decadenza, tra cui un giornale che
titola sullo scandalo Watergate e la celebre pinna di una Cadillac del '59 piantata
nella sabbia. On the Beach non è un disco pensato per piacere, né per offrire
risposte. È il documento di una crisi personale e collettiva, registrato senza
filtri. A distanza di più di cinquant'anni da quel 1974, per me resta un
capolavoro, fra i più bei dischi di tutti i tempi in assoluto: un album onesto,
disturbante e imprescindibile, capace di parlare a chi è disposto ad ascoltarlo
fino in fondo. |
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Tracce & Crediti Data di pubblicazione: luglio 1974 LATO A 1. Walk On (2:40) 2. See the Sky About to Rain (5:03) 3. Revolution Blues (4:02) 4. For the Turnstiles (3:13) 5. Vampire Blues (4:11) LATO B 1. On the Beach (7:04) 2. Motion Pictures (For Carrie) (4:20) 3. Ambulance Blues (8:57) |
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| Autore : Stefano Sorrentino, Giugno 2026 |