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NEIL YOUNG

Times Fades Away


Gli album storici di Neil Young – 4

'Time Fades Away', il disco del disincanto


 

Quando Time Fades Away uscì nell'ottobre del 1973, l'impatto fu disorientante. Arrivava subito dopo la grazia acustica di After the Gold Rush e lo straordinario successo commerciale di Harvest, dischi che avevano trasformato Neil Young in una star mondiale del folk-rock. Ci si aspettava un altro capolavoro levigato, intimo, consolatorio. Invece, Young ribaltò le aspettative consegnando al mondo qualcosa di completamente diverso: un album dal vivo composto interamente da brani inediti, inciso durante il tour nordamericano dei primi mesi del 1973. Una musica ruvida e inquieta, nata in una tournée segnata dal dolore per la morte per overdose di Danny Whitten, il chitarrista dei Crazy Horse, avvenuta pochi mesi prima del suo inizio, e da un clima di forte consumo di alcol e droghe all'interno dell'entourage del cantautore.

L'ascolto di questo disco suscita ancora oggi un senso di disorientamento quasi fisico. È un lavoro imperfetto, volutamente sgraziato, ma imbevuto di una sincerità spietata. Young canta con una voce incrinata, segnata dal dolore e dalla fatica, spingendola spesso fino al limite. Time Fades Away non sembra cercare l'approvazione del pubblico: sul palco, Young trasforma tensione, rabbia e inquietudine in una performance aspra e senza compromessi.

Ad affiancarlo in questa avventura dolorosa c'erano gli Stray Gators, la band di Harvest: Jack Nitzsche al pianoforte, Ben Keith alla pedal steel guitar, Tim Drummond al basso e Johnny Barbata alla batteria.  In alcune occasioni si aggiunsero anche gli amici David Crosby e Graham Nash, alla chitarra e ai cori, contribuendo a rendere ancora più teso e nervoso un suono che sembrava sempre sul punto di andare in pezzi.

Anche la confezione originale del vinile contribuiva a restituire l'atmosfera ruvida e poco convenzionale del disco. La copertina, dai toni seppiati e dall'aspetto volutamente dimesso, sembra quasi una fotografia già consumata dal tempo, perfettamente in sintonia con il titolo dell'album. Estraendo il vinile si nota anche il nero della sua parte interna che accentua ulteriormente il carattere cupo e inquieto del disco. Le prime edizioni in vinile avevano inoltre in omaggio un grande poster pieghevole stampato su carta da imballo con i testi delle canzoni e i crediti, riprodotti in una grafia manoscritta che i fan hanno a lungo riconosciuto come quella di Neil Young. Un ulteriore elemento di immediatezza, quasi fosse il taccuino di un artista che aveva deciso di lasciare sul disco, senza troppi filtri, anche i segni della propria scrittura.

 

I brani si succedono come istantanee sgranate di un viaggio autodistruttivo:

·      Time Fades Away: Il primo brano, la title track, si presenta come un classico ballabile country, ma qualcosa fin dall'inizio fa capire che qualcosa non quadra: il suono è sporco, le voci di canto e controcanto sono acide, c'è un pianoforte pestato che fa da contrappunto e i versi di apertura inquadrano in modo inequivocabile il contesto: “Fourteen junkies too weak to work, One sells diamonds for what they're worth, Down on Pain Street, Disappointment lurks” “Quattordici tossici troppo deboli per lavorare, uno vende diamanti per quello che valgono, lungo la strada del dolore, la delusione è in agguato”. Un mondo di dipendenza e disillusione, nel quale anche l'immagine dei “diamanti” rimane volutamente enigmatica. Possono essere letti come un riferimento al mondo della droga, ma il testo non ne chiarisce il significato. È possibile anche una lettura più autobiografica, in cui quei diamanti diventano una metafora del talento e della musica di Young, ormai mercificati dal successo e dall'industria discografica.

·      Journey Through the Past: Una ballata pianoforte-voce sulla scia di After the Gold Rush che affronta il tema della memoria e del rapporto con un passato ormai irrecuperabile. L'esecuzione non è perfetta, è anzi costellata di svariate imprecisioni del pianoforte, e questo non fa che aumentare la sensazione di fragilità e disagio.

·      Yonder Stands the Sinner: Un rock torrido e caotico che trasuda paranoia, sorretto dalla chitarra lisergica e dai cori graffianti di Crosby.

·      L.A.: Una bella ballata rock suonata dalla band, con Neil Young al basso, accreditato nei titoli come Joe Yankee. È un ritratto di Los Angeles al tempo stesso amaro e affettuoso, lontano dall'immagine patinata della città, impreziosito dalla pedal steel di Ben Keith, che aggiunge al brano quella vena malinconica e sospesa tipica del suono del primo Neil Young.

·      Love in Mind: Una piccola gemma in mezzo al caos. Registrata dal vivo con il solo pianoforte il 30 gennaio 1971 al Royce Hall di Los Angeles, nello stesso concerto dal quale proviene “The Needle and the Damage Done” di Harvest. E' l'unico brano dell'album di un periodo precedente al tour del 1973. Una parentesi intima e vulnerabile, in cui emerge il lato più lirico e delicato di Neil Young, quasi estranea al clima tormentato del resto del disco .

·      Don't Be Denied: Uno dei momenti più intensi del disco, suonato dalla band al completo. È un lungo brano autobiografico, che per atmosfera e andamento richiama il Neil Young degli esordi: una ballata lenta e maestosa, costruita sui ricordi dell'infanzia, sulla nostalgia e sul desiderio di riscatto. Un crescendo emotivo in cui il passato personale di Young finisce per intrecciarsi con il presente tormentato dell'artista.

·      The Bridge: Un'altra perla solista al pianoforte, sottile e meditativa, che interrompe per un attimo la tensione. L'apparente semplicità armonica lascia emergere la raffinatezza della melodia e la delicatezza dell'interpretazione vocale, in un momento di intimità quasi sospeso prima di lasciare spazio all'ultimo, lancinante brano del disco.

·      Last Dance: La chiusura è un lungo, ossessivo mantra rock che riporta alle sonorità di Southern Man. Qui Crosby e Nash aiutano Young a creare una atmosfera tesa e ipnotica, mentre la band spinge il brano verso un crescendo sempre più torbido e incalzante. Un finale senza concessioni, che lascia il disco sospeso tra rabbia, inquietudine e stanchezza.

A lungo trascurato dallo stesso Young — al punto da rimanere fuori catalogo e senza una pubblicazione ufficiale in CD fino al 2017 — Time Fades Away è il primo capitolo della cosiddetta “Ditch Trilogy”, la trilogia del fossato, seguita da On the Beach del 1974 e Tonight's the Night del 1975. Dopo il successo travolgente di Harvest, il cantautore canadese scelse di abbandonare la strada maestra del successo per inoltrarsi in un territorio più oscuro e inquieto, lontano dalle aspettative del pubblico e dell'industria musicale. Un capolavoro ferito e grezzo, che il tempo ha finito per rivalutare.

 

 

Crediti

Data di pubblicazione: ottobre 1973
Etichetta: Reprise Records
Produzione: Neil Young, Elliot Mazer
Art Direction: Gary Burden
Fotografia: Joel Bernstein

Formazione

Neil Young — voce, chitarra, pianoforte, armonica; basso in L.A. (accreditato come Joe Yankee)
Ben Keith — pedal steel guitar, slide guitar, voce
Jack Nitzsche — pianoforte, voce
Tim Drummond — basso
Johnny Barbata — batteria
David Crosby — chitarra, voce
Graham Nash — chitarra, voce

Tracklist

Lato A
A1 — Time Fades Away — 5:36
A2 — Journey Through the Past — 3:19
A3 — Yonder Stands the Sinner — 3:17
A4 — L.A. — 3:11
A5 — Love in Mind — 2:02

Lato B
B1 — Don't Be Denied — 5:16
B2 — The Bridge — 3:05
B3 — Last Dance — 8:47

Tutti i brani sono scritti da Neil Young.

 

 


Autore : Stefano Sorrentino Ottobre 2026